Accertamenti bancari: la presunzione legale di reddito investe tutti i contribuenti

La Corte di Cassazione afferma che in tema di imposte sui redditi, l’accertamento di maggior reddito, basato sulla presunzione legale desumibile dalle verifiche dei conti bancari, non è riferibile ai soli titolari di reddito d’impresa o da lavoro autonomo, ma si estende alla generalità dei contribuenti (Ordinanza 28 ottobre 2020, n. 23799).

IL CASO

A seguito di accertamenti sui conti correnti bancari riferibili al contribuente, sottoposto anche a procedimento penale per il reato di bancarotta fraudolenta in relazione alla presunta carica di amministratore di fatto di società fallita di cui risultava socio e procuratore, l’Agenzia delle Entrate ha emesso avviso di accertamento contestando maggiori redditi non dichiarati in considerazione delle movimentazioni in entrata e in uscita che non trovavano giustificazione nella attività di funzionario del Ministero dell’Interno, sulla base della presunzione legale di corrispondenza tra redditi e movimenti bancari non giustificati.
I giudici tributari hanno accolto il ricorso e annullato l’avviso di accertamento, per assenza di prova dell’espletamento di attività commerciale, sulla base dei seguenti rilievi:
– essendo impegnato per gran parte della giornata con il lavoro che espletava presso la Questura e non avendo esperienza nella conduzione di una società, il contribuente non poteva essere considerato amministratore di fatto della società;
– le rimesse in «dare e avere» sui conti correnti sottoposti a verifica, secondo consulenza tecnica disposta dal Pubblico Ministero, risultavano riconducibili ad una restituzione parziale del finanziamento richiesto ed ottenuto nell’interesse della società; per cui, trattandosi di società di capitali, il presunto reddito d’impresa non poteva essere imputato soltanto al contribuente.


L’Agenzia delle Entrate ha impugnato la pronuncia, contestando l’omessa valutazione di una valida giustificazione rispetto ai movimenti bancari emersi dall’indagine, oltre la mancata produzione da parte del contribuente di elementi analitici e documentali al fine di superare la presunzione legale di corrispondenza tra movimenti bancari non giustificati e redditi non dichiarati.

DECISIONE DELLA CASSAZIONE

La Corte di Cassazione ha riformato la decisione dei giudici di merito, accogliendo le motivazioni dell’Amministrazione finanziaria.
In proposito, i giudici della Suprema Corte hanno affermato che, in tema di imposte sui redditi, la presunzione legale della disponibilità di maggior reddito, desumibile dalle risultanze dei conti bancari (art. 32, co. 1, n. 2, del DPR n. 600 del 1973) non è riferibile ai soli titolari di reddito d’impresa o da lavoro autonomo, ma deve ritenersi esteso alla generalità dei contribuenti, in considerazione del rinvio contenuto nelle norme sull’accertamento del reddito complessivo delle persone fisiche (art. 38 del DPR n. 600 del 1973).


In particolare, secondo la disposizione normativa:
– i dati e gli elementi attinenti ai rapporti bancari possono essere utilizzati nei confronti di tutti i contribuenti destinatari di accertamenti (persone fisiche, titolari di reddito determinato in base alle scritture contabili, redditi di soggetti diversi dalle persone fisiche, redditi accertati d’ufficio);
– la presunzione legale secondo cui i versamenti e i prelevamenti sono considerati ricavi o compensi può essere utilizzata nei confronti dei soli titolari di reddito d’impresa o di reddito di lavoro autonomo, soggetti all’obbligo di tenuta delle scritture contabili.


Tuttavia, a seguito della pronuncia della Corte Costituzionale (sentenza n. 228 del 2014), che ha dichiarato l’illegittimità della presunzione di maggiori compensi desumibile dai prelevamenti effettuati dai titolari di reddito di lavoro autonomo, le operazioni bancarie di prelevamento hanno valore presuntivo nei confronti dei soli titolari di reddito di impresa, mentre quelle di versamento hanno efficacia presuntiva di maggiore disponibilità reddituale nei confronti di tutti i contribuenti, i quali possono contrastarne l’efficacia dimostrando che “ne hanno tenuto conto ai fini della determinazione del reddito soggetto ad imposta o che non hanno rilevanza allo stesso fine”.


Nel caso esaminato, osservano i giudici della Suprema Corte, la pretesa fiscale scaturisce da indagini bancarie disposte sui conti correnti intestati al contribuente, che hanno consentito di riscontrare numerose movimentazioni bancarie in entrata ed in uscita, incompatibili con i redditi di lavoro dipendente di cui il contribuente era titolare.
L’Agenzia delle Entrate, fornendo la prova che nell’anno oggetto di accertamento sui conti correnti personalmente intestati al contribuente erano affluite ingenti somme per accreditamenti bancari, ha dimostrato, avvalendosi della presunzione legale (art. 32, co. 1, n. 2, del DPR n. 600 del 1973) la disponibilità, da parte del contribuente, di maggiori redditi tassabili.
In tal caso, incombe sul contribuente l’onere di provare l’esatta provenienza di dette somme e, comunque, che si tratti di disponibilità reddituale esente da imposta.
A tal fine risulta irrilevante, dunque, la circostanza che, alla stregua delle risultanze del procedimento penale, non vi fossero elementi per ritenere che il contribuente avesse svolto il ruolo di amministratore di fatto della società e che avesse svolto attività d’impresa.
Al contrario deve ritenersi rilevante, ai fini del giudizio, verificare se i movimenti bancari siano stati o meno giustificati e, quindi, se da parte del contribuente sia stata o meno superata la presunzione legale di tra movimenti bancari e redditi.