Il Fisco risponde sulla “pace fiscale”


L’Agenzia delle entrate con la circolare n. 10/E del 15 maggio 2019 ha chiarito i dubbi degli operatori sulle liti definibili fino al calcolo degli importi e risolti dei casi particolari

Una delle risposte fornite riguarda le controversie su sanzioni, ad esempio quando per un atto di recupero di un credito d’imposta la sentenza della Commissione tributaria provinciale, impugnata dall’Agenzia, abbia accolto il ricorso limitatamente alle sanzioni, mentre il tributo, non più in contestazione, è stato pagato dal contribuente. In questo caso, poiché l’oggetto della controversia in appello riguarda esclusivamente l’irrogazione della sanzione collegata al tributo e quest’ultimo è stato integralmente versato, la definizione agevolata della lite può essere effettuata senza il pagamento di alcun importo. Sempre in tema di sanzioni, viene trattato il caso di una sentenza della Suprema Corte in cui si dichiara che l’imposta era dovuta dal contribuente e si rinvia alla Commissione tributaria regionale per la sola rideterminazione delle sanzioni. L’Agenzia chiarisce che, in questa situazione, la lite è definibile in relazione alle sanzioni senza il pagamento di alcun importo, visto che il tributo è stato definito in seguito alla formazione del giudicato.
Nel caso, invece, di liti instaurate separatamente dalla società consolidata e dalla società consolidante contro i rispettivi avvisi di accertamento Ires – prima cioè dell’unificazione degli atti impositivi introdotta dall’articolo 40-bis del DPR n. 600/1973 – viene specificato che se entrambe le società hanno impugnato gli avvisi di accertamento con separati ricorsi e il giudizio instaurato dalla consolidante è stato sospeso dalla CTP in attesa della decisione in Cassazione sul contenzioso relativo all’accertamento in capo alla consolidata, quest’ultima può definire in via agevolata la controversia pendente in Cassazione sull’imposta “teorica” dovuta. A seguito del perfezionamento della definizione, la consolidante potrà richiedere la dichiarazione di cessata materia del contendere anche nella lite su proprio accertamento.
Un’altra ipotesi trattata dall’Agenzia nella circolare è quella di una lite per la quale le Entrate avevano negato la possibilità di aderire alla procedura di definizione delle liti del Dl n. 50/2017 perché non erano stati versati gli importi dovuti per la definizione della lite riguardante sanzioni non collegate al tributo. In pratica, il contribuente può definire la controversia originaria rinunciando al ricorso contro il diniego dell’Ufficio. Inoltre, se il contribuente ha rottamato l’iscrizione a ruolo dei 2/3 della sanzione non collegata al tributo (dipendente dalla lite originaria), può definire in via agevolata la controversia tuttora pendente sulla parte non interessata dalla “rottamazione”. In questo caso, la determinazione del valore della lite deve tenere conto delle sole somme ancora in contestazione.
Viene, infine, ricordato che chi è interessato ad usufruire della definizione delle liti deve, entro il 31 maggio 2019, trasmettere in via telematica la domanda e pagare l’intero importo agevolato (o la prima rata in caso di rateazione per importi superiori ai mille euro). L’importo da versare è pari al 100% del valore della controversia in caso di soccombenza del contribuente o di ricorso notificato al 24 ottobre 2018, mentre è pari al 90% in caso di ricorso pendente in primo grado e depositato o trasmesso alla CTP alla data del 24 ottobre 2018. Sono previsti inoltre pagamenti ridotti, pari al 40% e 15%, in caso di soccombenza dell’Agenzia in primo e secondo grado di giudizio, e pari al 5% del valore della controversia in caso di giudizio pendente in Cassazione nel caso in cui l’Agenzia risulti soccombente in tutti i precedenti gradi di giudizio. Se non vi sono importi da versare, la definizione si perfeziona con la sola presentazione della domanda.

Definizione agevolata delle irregolarità formali: i chiarimenti del Fisco


L’Agenzia delle entrate con la circolare n. 11/E del 15 maggio 2019 si sofferma sull’ambito oggettivo di applicazione della misura, elencando le infrazioni, inosservanze e omissioni di natura formale ammesse alla definizione e quelle che – così come le violazioni sostanziali – restano fuori dalla definizione agevolata.

Più tempo per rimediare agli errori


Rispetto al termine del 2 marzo 2020 per chi riceve un invito da parte dell’ufficio, potrà usufruire, in presenza di un giustificato motivo (per esempio se non è riuscito a individuare tutte le violazioni formali commesse) di ulteriori 30 giorni dalla ricezione, ad esempio, di una lettera di compliance per mettersi in regola. Ciò, naturalmente, a patto che abbia provveduto, entro il termine del 31 maggio 2019, al versamento della prima o unica rata.


Violazioni definibili


La regolarizzazione riguarda le infrazioni e le inosservanze di obblighi o adempimenti di natura formale, commesse, entro il 24 ottobre 2018, in materia di imposta sul valore aggiunto, di imposta sulle attività produttive, imposte dirette e relative addizionali, imposte sostitutive, ritenute alle fonte e crediti d’imposta, che non hanno inciso sulla determinazione della base imponibile, dell’imposta e sul versamento del tributo, ma che possono comunque arrecare pregiudizio all’esercizio dell’attività di controllo. Tra le violazioni definibili rientrano l’omessa o irregolare presentazione delle comunicazioni dei dati delle fatture emesse e ricevute, la mancata o incompleta restituzione dei questionari inviati dall’Agenzia, la tardiva trasmissione delle dichiarazioni da parte degli intermediari, l’omessa comunicazione della risoluzione del contratto di locazione soggetto a cedolare secca.


Regolarizzazione esclusa


Sono escluse dalla definizione agevolata le violazioni sostanziali, ossia quelle che hanno inciso sulla determinazione dell’imponibile, dell’imposta o sul pagamento del tributo. Non rientrano nell’ambito di applicazione della definizione: l’omessa presentazione delle dichiarazioni fiscali, in quanto l’omissione rileva ai fini della determinazione della base imponibile anche in assenza di imposta dovuta, l’omessa presentazione del modello F24 con saldo pari a zero, l’indicazione di componenti negativi indeducibili come nell’ipotesi di fatture ricevute a fronte di operazioni oggettivamente inesistenti, la mancata emissione di fatture, ricevute e scontrini fiscali, quando hanno inciso sulla corretta liquidazione del tributo, l’omessa o irregolare presentazione delle liquidazioni periodiche Iva quando la violazione ha avuto riflessi sul debito d’imposta.


Rimozione delle irregolarità


Ai fini del perfezionamento della definizione, oltre al versamento delle somme dovute, è necessario provvedere, entro il 2 marzo 2020, alla rimozione delle infrazioni compiute. Qualora il contribuente non abbia rimosso in buona fede tutte le irregolarità commesse, ha la possibilità di provvedervi entro trenta giorni dalla ricezione di invito da parte dell’Agenzia delle Entrate. Ad esempio, se il contribuente riceve una lettera di compliance il 5 luglio 2019 con la segnalazione di una violazione formale relativa al periodo d’imposta 2017, l’irregolarità può essere rimossa al più tardi entro il 2 marzo 2020, purché entro il 31 maggio 2019 sia già stato effettuato il versamento della prima o unica rata per lo stesso periodo d’imposta. Se invece la lettera viene ricevuta il 28 febbraio 2020, il contribuente ha a disposizione 30 giorni per rimuovere la violazione purché il versamento per il 2017 sia stato effettuato in tutto o in parte entro il 31 maggio 2019. L’omessa rimozione di tutte le violazioni non pregiudica il perfezionarsi della definizione per le altre violazioni correttamente regolarizzate all’interno dello stesso periodo d’imposta. In alcuni casi non è necessario procedere alla rimozione, come per le violazioni del principio di competenza, se non incidono sull’imposta dovuta o per l’omessa presentazione delle liquidazioni periodiche Iva purché i dati siano confluiti nella dichiarazione Iva annuale.


Modi e tempi per la definizione agevolata delle violazioni formali


La regolarizzazione si perfeziona mediante la rimozione delle irregolarità od omissioni e il versamento di 200 euro per ciascuno dei periodi d’imposta cui si riferiscono le violazioni formali indicati nel modello F24. Il contribuente può scegliere quali e quanti periodi d’imposta regolarizzare. Il versamento può essere effettuato in due rate di pari importo, la prima entro il 31 maggio 2019 e la seconda entro il 2 marzo 2020. É consentito anche il versamento in un’unica soluzione entro il 31 maggio 2019.

Iva al 22% per le cessioni di apparecchi analizzatori dei parametri del sangue


La vendita degli apparecchi analizzatori dei parametri del sangue alle strutture ospedaliere pubbliche e private sconta l’Iva ordinaria del 22% e non quella agevolata del 4% (Agenzia Entrate – risposta n. 143/2019).

In ambito sanitario l’aliquota agevolata del 4% è prevista solo per quei prodotti che vengono “acquistati o utilizzati soltanto, o prevalentemente, da disabili per alleviare o curare menomazioni funzionali permanenti”.
Pertanto, in caso di vendita strumenti medicali alle strutture ospedaliere, tra cui quelli diagnostici utilizzati per monitorare i parametri del sangue dei pazienti, l’aliquota agevolata del 4% non risulta applicabile.
Tali strumenti infatti non sono acquistati direttamente dai disabili per alleviare o curare una propria menomazione di tipo funzionale permanente, ma sono degli strumenti diagnostici acquistati dalle strutture sanitarie isonei a misurare i valori sanguigni dei pazienti nei vari comparti ospedalieri. Pertanto le cessione dei suddetti apparecchi devono essere assoggettate ad IVA con l’applicazione dell’aliquota ordinaria del 22%.


Fatturazione dell’estrazione di merce dal deposito IVA

Con la Risposta ad Interpello n. 142 del 2019, l’Agenzia delle Entrate ha chiarito che ai fini dell’estrazione dei beni da depositi IVA, l’emissione dell’autofattura può essere emessa in formato analogico o in formato elettronico extra SdI. Tuttavia, se i beni sono estratti da un operatore italiano, e durante la permanenza nel deposito IVA sono stati oggetto di prestazioni di servizi territorialmente rilevanti in Italia che ne hanno modificato il valore, è obbligatoria l’emissione della fattura elettronica tramite SdI.

Dal 1° gennaio 2019 è obbligatorio documentare le cessioni di beni e le prestazioni di servizi territorialmente rilevanti in Italia esclusivamente con fattura elettronica tramite SdI (fatte salve le esclusioni e gli esoneri per i soggetti minori).
Con riferimento ai depositi IVA e all’estrazione di merce negli stessi contenuta si applicano le seguenti regole:
a) obbligo di fatturazione elettronica – fatte salve le eccezioni ed i divieti ricavabili dalla legislazione vigente – indipendentemente dall’operazione documentata;
b) esclusione dagli obblighi di fatturazione elettronica per i rapporti con soggetti non residenti o stabiliti in Italia, ferma la possibilità di procedere, in tal caso, su base volontaria.
In base alla disciplina che regola i depositi IVA sono effettuate senza pagamento dell’IVA le seguenti operazioni:
– gli acquisti intracomunitari di beni eseguiti mediante introduzione in un deposito IVA;
– le operazioni di immissione in libera pratica di beni non comunitari destinati ad essere introdotti in un deposito IVA previa prestazione di idonea garanzia commisurata all’imposta;
– le cessioni di beni eseguite mediante introduzione in un deposito I.V.A.;
– le cessioni di beni custoditi in un deposito IVA;
– le cessioni intracomunitarie di beni estratti da un deposito IVA con spedizione in un altro Stato membro della Comunità europea, salvo che si tratti di cessioni intracomunitarie soggette ad imposta nel territorio dello Stato;
– le cessioni di beni estratti da un deposito IVA con trasporto o spedizione fuori del territorio della Comunità europea;
– le prestazioni di servizi, comprese le operazioni di perfezionamento e le manipolazioni usuali, relative a beni custoditi in un deposito IVA, anche se materialmente eseguite non nel deposito stesso, ma nei locali limitrofi sempreché, in tal caso, le suddette operazioni siano di durata non superiore a sessanta giorni;
– il trasferimento dei beni in altro deposito IVA.
Mentre le suddette operazioni sono documentate secondo la loro diversa tipologia e non sono soggetta ad IVA, l’estrazione dei beni da un deposito I.V.A. può essere effettuata solo da soggetti passivi d’imposta agli effetti dell’I.V.A. e comporta il pagamento dell’imposta, mediante applicazione del reverse-charge.
A tal fine, il soggetto che procede all’estrazione, a seconda della situazione, provvede all’emissione di una autofattura o all’integrazione della fattura/documento ricevuta dal cedente, per l’applicazione dell’IVA.
Le autofatture possono, secondo la libera determinazione dei soggetti operanti, essere analogiche o elettroniche extra SdI, con obbligo di fattura elettronica via SdI nel solo caso in cui il bene, estratto dall’operatore italiano, durante la permanenza nel deposito sia stato oggetto di una prestazione di servizi, territorialmente rilevante in Italia, che ne ha modificato il valore.

Dal regime di vantaggio al regime forfetario


L’Agenzia delle entrate con la risposta 14 maggio 2019, n. 140 fornisce indicazioni per il passaggio dal regime di vantaggio al regime forfetario

Il regime forfetario, introdotto dalla legge n. 190 del 2014 e poi significativamente modificato dalla legge 30 dicembre 2018, n. 145, ha gradualmente sostituito tutti i regimi di favore in vigore per le piccole attività economiche, anche al fine di superare le criticità e le sovrapposizioni generate dalla coesistenza di più regimi di favore destinati a soggetti con caratteristiche simili, tra i quali anche il regime fiscale di vantaggio, consentendone per quest’ultimo il mantenimento fino al compimento dell’intero periodo agevolato. Sebbene con caratteristiche in parte diverse, il primo destinato a “favorire la costituzione di nuove imprese da parte di giovani ovvero di coloro che perdono il lavoro e, inoltre, per favorire la costituzione di nuove imprese”, il secondo destinato, in generale, alle persone fisiche che svolgono un’attività d’impresa, arte o professione con ricavi o compensi non superiori a 65.000 euro e in possesso dei requisiti di all’articolo 1, commi 54 e 57 della legge n. 190 del 2014, si tratta pur sempre di due regimi naturali, applicabili dai contribuenti che in possesso dei requisiti previsti dalle norme di riferimento, salvo opzione per il regime ordinario. Ne emerge, dunque, una sorta di “continuità/consecutività” che porta ad ammettere il naturale passaggio dell’Istante da un regime all’altro per comportamento concludente laddove vengano meno i requisiti del primo regime ma non anche del secondo.
Nonostante il rinvio fatto dal regime di vantaggio alle disposizioni dei cd ex minimi di cui alla legge n. 244 del 2007, non si applica, in tale evenienza, quanto disposto dal comma 111 dell’articolo 1 della citata legge, che obbligava coloro che uscivano dal regime di favore per superamento dei limiti di ricavi di oltre il 50 per cento, all’applicazione del regime ordinario per i successivi tre anni. Tale vincolo, infatti, era stato dettato prima dell’entrata in vigore del regime dei forfetari che, come più volte chiarito, costituisce il regime naturale per tutti coloro che ne possiedono le caratteristiche.
Ciò premesso, nell’istanza presentata all’Amministrazione finanziaria la contribuente dichiara di esercitare l’attività di libero professionista in regime fiscale di vantaggio di cui all’articolo 27, commi 1 e 2, del decreto legge n. 98 del 2011. La contribuente afferma altresì che nel 2019 prevede di fuoriuscire da detto regime a causa del superamento – per oltre il 50 per cento – del limite di euro 30.000 e di non superare il limite dei 65.000 euro di compensi e, chiede se a partire da tale anno può transitare nel regime forfetario di cui alla legge n. 145 del 2018 e, in caso di risposta favorevole, quali adempimenti deve conseguentemente porre in essere.
Per il Fisco, la contribuente può transitare nel regime forfetario, se ai fini IVA i due regimi prevedono il medesimo trattamento delle operazioni di cessioni di beni e di prestazioni di servizi, sicché è sufficiente che sia indicato nelle fatture il riferimento al regime forfetario e non anche quello al regime di vantaggio, ai fini dell’imposizione diretta i due regimi presentano, per la determinazione del reddito imponibile, delle caratteristiche non del tutto coincidenti. Ne consegue che il reddito imponibile per tutto il 2019 andrà determinato applicando le sole disposizioni del regime forfetario.
Si ricorda, infine, che, diversamente dal regime di vantaggio, il regime forfetario cessa di avere applicazione a partire dall’anno successivo a quello in cui viene meno il requisito di cui al comma 54 ovvero si verifica taluna delle fattispecie indicate al comma 57 (c.d. cause ostative) ovvero a seguito di apposita opzione per l’applicazione dell’Iva e delle imposte sul reddito nei modi ordinari (cfr. articolo 1, comma 71).