Regime forfetario: cause ostative


Il regime forfetario non può essere applicato dagli esercenti attività d’impresa, arti o professioni che controllano direttamente o indirettamente società a responsabilità limitata, le quali esercitano attività economiche direttamente o indirettamente riconducibili a quelle svolte dagli esercenti attività d’impresa, arti o professioni (Agenzia delle entrate – Risposta n. 334 del 2019).

La legge di bilancio 2019 ha modificato, con portata estensiva, l’ambito di applicazione del regime fiscale agevolato, c.d. regime forfetario, rivolto ai contribuenti persone fisiche esercenti attività d’impresa, arti o professioni in possesso di determinati requisiti. Tra le altre modifiche apportate, si rileva la riformulazione di alcune delle cause ostative all’applicazione del regime forfetario e, in particolare, di quella di cui alla lettera d) del comma 57 dell’articolo 1 della legge n. 190 del 2014.
Questa lettera prevede che non possono applicare il regime forfetario gli esercenti attività d’impresa, arti o professioni che controllano direttamente o indirettamente società a responsabilità limitata, le quali esercitano attività economiche direttamente o indirettamente riconducibili a quelle svolte dagli esercenti attività d’impresa, arti o professioni; affinché operi tale causa ostativa è necessaria la compresenza:
1) del controllo diretto o indiretto di società a responsabilità limitata e
2) dell’esercizio da parte della stessa di attività economiche direttamente o indirettamente riconducibili a quelle svolte dagli esercenti attività d’impresa, arti o professioni.
Per la definizione di controllo, diretto e indiretto, occorre riferirsi all’articolo 2359, primo e secondo comma, del codice civile. Ai sensi del primo comma sono considerate società controllate:
“1) le società in cui un’altra società dispone della maggioranza dei voti esercitabili nell’assemblea ordinaria;
2) le società in cui un’altra società dispone di voti sufficienti per esercitare un’influenza dominante nell’assemblea ordinaria;
3) le società che sono sotto influenza dominante di un’altra società in virtù di particolari vincoli contrattuali con essa”.
Con particolare riferimento al controllo indiretto, infine, è specificato che, ai fini dell’applicazione dei numeri 1) e 2) del primo comma del citato articolo 2359, si computano anche i voti spettanti a persona interposta tra cui, ai fini della disciplina dei forfetari, andranno ricompresi i familiari.
La lettera d) in esame richiede, inoltre, per l’attivazione della causa ostativa, che la società a responsabilità limitata o l’associazione in partecipazione esercitino attività economiche direttamente o indirettamente riconducibili a quelle svolte dagli esercenti attività d’impresa, arti e professioni.
Considerata la ratio legis sottesa alla predetta causa ostativa, occorre avere in ogni caso riguardo alle attività effettivamente svolte in concreto dal contribuente e dalla società a responsabilità limitata controllata, indipendentemente dai codici ATECO 2007 dichiarati, per valutarne la correlazione. Al fine di individuare parametri di riferimento oggettivi, nell’ipotesi di attività esercitate dalla società a responsabilità limitata appartenenti di fatto alla medesima sezione ATECO di quella in cui sono classificabili le attività esercitate dalla persona fisica in regime forfetario, la riconducibilità diretta o indiretta delle due attività economiche esercitate si riterrà sussistente ogniqualvolta la persona fisica che usufruisce del regime forfetario effettui cessioni di beni o prestazioni di servizi tassabili con imposta sostitutiva alla società a responsabilità limitata direttamente o indirettamente controllata, la quale, a sua volta, deduce dalla propria base imponibile i correlativi componenti negativi di reddito.
In assenza di una delle predette condizioni sub 1) e 2), richiamate dall’articolo 1,comma 57, lettera d), in parola, la causa ostativa non opera e il contribuente può applicare o permanere nel regime forfetario.
Riguardo alla decorrenza della causa ostativa, la medesima circolare precisa che ai fini della verifica delle stessa assume rilevanza l’anno di applicazione del regime e non l’anno precedente, dal momento che solo nell’anno di applicazione del regime può essere verificata la riconducibilità diretta o indiretta delle attività economiche svolte dalla s.r.l. a quelle esercitate dal contribuente in regime forfetario.
Pertanto, in linea generale il contribuente può aderire per il 2019 al regime forfetario in quanto la presenza della causa ostativa va valutata in detto anno e – ove ne sia accertata l’esistenza – decadrà dal regime nel 2020.
Nel caso di specie presentato all’Agenzia, l’istante dichiara di essere socio di capitale, nella misura di 1/3, nella società, che svolge, tra l’altro, attività di consulenza in campo assicurativo in merito alla liquidazione dei danni da infortunio con esclusione delle attività peritali con codice ATECO dichiarato 66.21.00. La compagine sociale si compone di tre soci aventi la medesima quota di partecipazione di 1/3 del capitale sociale e tra i quali non sussiste alcun legame di parentela. L’interpellante è intenzionato ad avviare l’attività di procacciatore d’affari con codice ATECO dichiarato 46.19.02 che prevede di svolgere anche a favore della predetta società. Detta attività risulterebbe propedeutica e complementare all’attività svolta dalla società di cui lo stesso è socio.
Per il Fisco non sussiste alcun controllo di diritto né influenza dominante sulla società di cui è socio, né rapporti di parentela tra i soci. Tuttavia, l’istante ha precisato che potrebbero essere presenti nell’anno rapporti economici tra lo stesso e la società di cui è socio di cui si tratta (in particolare, prospetta di fatturare una percentuale che potrebbe essere fino al 50% dell’intero fatturato annuo). Al riguardo si osserva che non è da escludere che nel caso in esame possa essere integrato il controllo di fatto, qualora l’istante ponga in essere il comportamento prospettato, circostanza comunque che richiede un esame fattuale che esula dalle competenze esercitabili dall’Agenzia.
Con riferimento alla seconda condizione, si rammenta che, qualora le attività svolte dall’interpellante e dalla società siano effettivamente corrispondenti a quelle formalmente dichiarate nei codici ATECO riportati nell’istanza (elemento fattuale il cui esame non è esperibile in sede di interpello), non si verificherebbe la condizione di cui al punto sub 2), con conseguente permanenza nel regime forfetario nel periodo d’imposta 2020.


Stop di ferragosto per le cartelle di pagamento



Ferie di ferragosto in pieno relax: sospese dal 10 al 25 agosto la notifica delle cartelle di pagamento al fine di evitare disagi ai contribuenti in vacanza (Agenzia Entrate-Riscossione – comunicato 06 agosto 2019).


Lo stop riguarda circa 800 mila atti. Si tratta, in particolare, di 492.885 atti tra cartelle e avvisi che sarebbero arrivati per posta e 305.726 da notificare attraverso la Pec, per un totale di 798.611 comunicazioni che saranno temporaneamente congelate.
La sospensione non riguarderà invece i cosiddetti atti inderogabili (circa 25 mila) che saranno ugualmente notificati con la Pec o tramite gli operatori postali.
L’attività di notifica riprenderà regolarmente dopo il periodo di sospensione.


Durante le vacanze estive, i contribuenti potranno comunque tenere sempre sotto controllo la propria situazione debitoria. Nell’area riservata del portale di Agenzia delle entrate-Riscossione, e anche con l’app Equiclick per smartphone e tablet, è disponibile il servizio “Controlla la tua situazione-Estratto conto” con cui l’utente può verificare cartelle e avvisi a partire dall’anno 2000, i versamenti già effettuati o da effettuare, le rateizzazioni e le procedure in corso, nonché effettuare i pagamenti.
Il suddetto controllo potrà essere effettuato anche presso gli sportelli bancomat abilitati dove il contribuente può con comodità procedere anche al pagamento di quanto dovuto.

Presentazione della dichiarazione IMU/TASI entro il 31 dicembre


Solo le dichiarazioni relative all’IMU e alla TASI devono essere presentate entro il nuovo termine del 31 dicembre dell’anno successivo a quello in cui è sorto il presupposto impositivo, il termine di presentazione della dichiarazione TARI rimane fermo al 30 giugno o al diverso termine stabilito dal comune nell’ambito dell’esercizio della propria potestà regolamentare. (MEF- Risoluzione 06 agosto 2019, n. 2/DF).

Con il documento in oggetto si rappresenta che dagli organi di informazione è stata diffusa la notizia circa la modifica dei termini per la presentazione delle dichiarazioni dell’imposta municipale propria (IMU) e del tributo per i servizi indivisibili (TASI), dal 30 giugno al 31 dicembre dell’anno successivo al quale le variazioni si riferiscono, ad opera dell’art. 3-ter del D. L. 30 aprile 2019 n. 34, convertito, con modificazioni, dalla legge di conversione 28 giugno 2019, n. 58.
Non si può tralasciare di considerare la volontà del Legislatore, manifestata proprio nel medesimo art. 3-ter sia nella rubrica, laddove si riferisce espressamente ai “Termini per la presentazione delle dichiarazioni relative all’imposta municipale propria e al tributo per i servizi indivisibili” sia nel testo della norma, quando dispone esplicitamente ed esclusivamente solo per l’IMU e per la TASI lo slittamento del termine di presentazione della dichiarazione dal 30 giugno al 31 dicembre.
L’art. 3-ter del D. L. 30 aprile 2019 n. 34, convertito, con modificazioni, dalla legge di conversione 28 giugno 2019, n. 58 dispone che:
“1. All’articolo 13, comma 12-ter, primo periodo, del decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201, convertito, con modificazioni, dalla legge 22 dicembre 2011, n. 214, concernente la dichiarazione relativa all’imposta municipale propria (IMU), le parole: «30 giugno» sono sostituite dalle seguenti: «31 dicembre».
2. All’articolo 1, comma 684, della legge 27 dicembre 2013, n. 147, concernente la dichiarazione relativa al tributo per i servizi indivisibili (TASI), le parole: «30 giugno» sono sostituite dalle seguenti: «31 dicembre»”.
Alla luce di quanto appena illustrato, risulta preminente la volontà del Legislatore, espressa chiaramente nel più volte citato art. 3-ter del D. L. n. 34 del 2019, di riferirsi all’IMU e alla TASI.
Si conclude che il termine di presentazione della dichiarazione TARI rimane fermo al 30 giugno o al diverso termine stabilito dal comune nell’ambito dell’esercizio della propria potestà regolamentare, mentre solo le dichiarazioni relative all’IMU e alla TASI debbano essere presentate entro il nuovo termine del 31 dicembre dell’anno successivo a quello in cui è sorto il presupposto impositivo.

Recupero imposte su merce venduta oggetto di truffa

In caso di cessione di beni oggetto di truffa da parte di un proprio agente, mediante ordini falsi a clienti inconsapevoli, è possibile recuperare l’IVA versata senza esercitare in concreto la rivalsa, mediante emissione di note di variazione. Per le stesse finalità è possibile rilevare la sopravvenienza passiva deducibile ai fini IRES e IRAP a storno dei ricavi che hanno concorso alla determinazione del reddito nel periodo di competenza. Tuttavia, il recupero è ammesso a condizione che la mandante provi con elementi oggettivi che al momento dell’emissione delle fatture attive, non sapesse o non potesse ragionevolmente sapere che la cessione fosse oggetto di frode da parte del suo agente. (Agenzia delle Entrate – Risposta n. 331 del 2019)

QUESITO


Con l’istanza di interpello la società ha chiesto di conoscere le modalità per rettificare l’IVA (corrisposta senza poter realizzare la rivalsa), e per rilevare i componenti negativi di reddito (ai fini IRES ed IRAP), in relazione al danno subito per ordini falsi a clienti inconsapevoli, nell’ambito di una truffa operata da un proprio agente, il quale una volta ritirata la merce in luogo dei clienti l’ha veduta a terzi in nero, mentre le fatture corrispondenti sono rimaste insolute.


PARERE DEL FISCO


Preso atto della sentenza irrevocabile che ha accertato la truffa operata dall’agente, e partendo dal presupposto che il danno accertato non sia stato in alcun modo rimborsato dal reo o da qualunque altro soggetto, anche in forma assicurativa, e che al momento dell’emissione delle fatture attive l’azienda non sapeva o non poteva ragionevolmente sapere che si trattasse di una truffa, l’Agenzia delle Entrate ha chiarito che:
– ai fini IVA, quando il passaggio di beni avviene indipendentemente dalla volontà del cedente – perché del tutto assente (furto) ovvero perché artatamente manipolata (truffa) – mancano i presupposti per sottoporre la “cessione” all’imposta. In tal caso, qualora, pur mancando i requisiti, l’operazione sia stata fatturata in regime di imponibilità e l’imposta versata senza esercitare in concreto la rivalsa, è possibile recuperare detta imposta mediante emissione di note di variazione ai sensi dell’articolo 26 del DPR n. 633 del 1972 (decreto IVA). Tuttavia, l’emissione della nota di variazione consente l’esercizio del diritto alla detrazione dell’imposta al più tardi con la dichiarazione relativa all’anno in cui il diritto alla detrazione è sorto per effetto della irrevocabilità della sentenza che ha accertato la truffa, ed alle condizioni esistenti al momento della nascita del diritto medesimo. Qualora siano decorsi i termini suddetti, l’IVA può essere recuperata mediante apposita istanza di rimborso da presentare all’ufficio competente entro due anni.
In caso di procedura di pignoramento nei confronti dell’agente con esito negativo, il termine per l’emissione delle note di variazione in diminuzione, con conseguente detrazione dell’imposta, decorre dal verbale dell’ufficiale giudiziario.
– ai fini IRES, è possibile contabilizzare la sopravvenienza per stornare i ricavi ad ogni effetto (contabile, civilistico e fiscale), utilizzando il Fondo Rischi appositamente accantonato in ragione della “sospetta” truffa (il cui accantonamento sia stato ripreso a tassazione), mediante una variazione in diminuzione nel periodo d’imposta in cui avviene l’utilizzo, nei limiti della quota precedentemente accantonata. A tal fine, è onere del contribuente predisporre e conservare la documentazione idonea a consentire all’amministrazione finanziaria di riscontrare la puntuale riconduzione della menzionata variazione in diminuzione all’ammontare originario dei ricavi, divenuti insussistenti a seguito della truffa.
– ai fini IRAP, i medesimi accantonamenti assumono rilevanza in conseguenza dell’utilizzo del fondo rischi, in ragione del collegamento con i ricavi originari (inesistenti) che hanno concorso alla formazione del valore della produzione netta IRAP, nei precedenti periodi d’imposta.

Istituito il codice tributo per la ZFU di Genova


Istituito il codice tributo per l’utilizzo in compensazione, tramite il modello F24, delle agevolazioni a favore delle imprese localizzate nella zona franca urbana istituita nel territorio della città di Genova (Agenzia Entrate – risoluzione 05 agosto 2019, n. 73/E).

In seguito del crollo del Ponte Morandi, avvenuto il 14 agosto 2018, è stata istituita una zona franca urbana nel territorio della Città metropolitana di Genova che riconosce l’esenzione dalle imposte sui redditi, dall’IRAP, dall’IMU e dai contributi previdenziali e assistenziali, per i periodi d’imposta 2018 e 2019:
– alle imprese in attività al momento del crollo;
– alle imprese che avviano la propria attività all’interno della zona franca entro il 31 dicembre 2019 (limitatamente al primo anno di attività).


Le suddette agevolazioni sono fruibili in compensazione mediante riduzione dei versamenti da effettuarsi tramite modello F24, da presentare esclusivamente attraverso i servizi telematici messi a disposizione dall’Agenzia delle entrate.
A tal fine, per consentire l’utilizzo in compensazione delle suddette agevolazioni, l’Agenzia delle Entrate ha istituito il seguente codice tributo, da indicare nella sezione Erario del modello F24:
– “Z161 – denominato “ZFU – CITTA’ METROPOLITANA DI GENOVA – Agevolazioni alle imprese per riduzione dei versamenti – articolo 8 del decreto-legge n. 109/2018 e succ. modif.”.